lunedì 11 marzo 2013

Fotografia naturalista: Flip Nicklin. (USA).




Il legame tra Flip Nicklin e l'oceano risale agli anni della sua infanzia.
La sua famiglia gestiva un negozio di articoli per sport subacquei, specializzato in attrezzature per la pesca con la fiocina.
Anche la fotografia era una tradizione di famiglia: "Mio padre realizzò diverse foto promozionali", dice Nicklin, "ed era anche operatore cinematografico: collaborò tra l'altro ad alcuni film su James Bond.
Eravamo anche in rapporto con il National Geographic, grazie a mio nonno che un tempo era stato collega di Bates Littlehales, che lavorava per la rivista come fotografo subacqueo e che era diventato un caro amico di famiglia".
Anche se Nicklin aveva tutti i numeri per diventare un fotografo subacqueo, non iniziò a interessarsi di questa attività finchè, nel 1978, non subì un incidente e decise di investire il denaro versatogli dall'assicurazione nell'acquisto di una custodia per fotografia subacquea Nikon.










In seguito venne assunto, per tre mesi, come guida per le immersioni subacquee e per i servizi logistici da un'equipe del National Geographic che stava realizzando un reportage su un'isola deserta nel Pacifico.
"Ero soltanto per i servizi di supporto e non per occuparmi di fotografia", dice Nicklin, "ma i partecipanti alla spedizione furono molto gentili e mi permisero di scattare qualche foto, che io di seguito sottoposi al National Geographic".
Ripensandoci oggi, si trattava di materiale davvero modesto, ma i miei interlocutori si limitarono a prender tempo e cercarono di incoraggiarmi: un atteggiamento che apprezzai molto".
Un'altra occasione fortunata capitò quando Nicklin ottenne l'incarico di realizzare le foto di scena per un'equipe cinematografica che stava girando alle Hawaii, un film della Imax sulle megattere nodose.






Questo lavoro lo mise in contatto con il gruppo di ricercatori guidato da James Darling, che insieme ai suoi uomini presto sarebbe diventato un protagonista negli studi di biologia marina di quella regione.
Anche qui, ecco che tornava di scena il National Geographic: la rivista, infatti, contribuiva a finanziare la ricerca.
La testata offrì a Nicklin i mezzi per proseguire le sue immersioni per altri tre anni: il primo anno (1979) nell'ambito della lavorazione del film, e poi per i due anni successivi, lavorando per proprio conto.
Ciò che realizzò in questa occasione lo rese noto come "l'uomo delle balene", e la reputazione così conquistata gli valse un nuovo incarico da parte del Geographic: questa volta, un servizio sulle orche.
Da quel momento, iniziò a collaborare stabilmente con la rivista.
"Il National Geographic è disposto a investire in reportages forse nemmeno realizzabili, offrendo comunque tutti i mezzi e tutto il tempo necessario a ottenere dei risultati.
Per fare un esempio: tra i lavori che ho svolto per la rivista c'è stato un servizio sui capidogli, nello Sri Lanka.









Le condizioni erano così difficili che, in sei mesi d'impegno, sono stati solo quattro i giorni in cui sono riuscito a fare fotografie accettabili.
Un'altra volta, stavo lavorando sui narvali, al largo dell'isola di Baffin, e mi ci vollero ben tre mesi e mezzo prima di ottenere una sola fotografia decente.
Quasi tutte le altre riviste ti assegnano un diverso incarico se non riesci a fornire del materiale nel giro di due settimane...".
Il genere dei servizi di cui si occupa Nicklin gli impone di viaggiare leggero.
Inizialmente usava prevalentemente delle Nikonos, ma dopo dieci anni, ottenendo sempre più spesso incarichi relativi a specie di animali piuttosto rare, ha deciso di passare alle Nikon SRL, provvedendole di custodia.
"A convincermi è stato il loro ottimo sistema di auto-bracketing e autofocus", afferma, "con una Nikon F41 posso individuare il mio soggetto e mettere a fuoco in modo automatico, e ho la certezza che tutti i fotogrammi saranno validi.
Con le Nikonos, avrei solo due terzi delle probabilità di ottenere i risultati che desidero, perdendo quindi molte buone occasioni".